Leggendo su un blog, un commento mi ha suggerito una
prospettiva che ci induce a pensare in che maniera possano le grandi aziende
comprimere i diritti senza che nessuno, a parte i lavoratori e CGIL, un
sindacato su 3 dei più importanti, abbia da ridire. A parer mio, il fatto che ci sia un numero crescente di immigrati
che cercano di venire a lavorare da noi, è strumentalizzato a scopi
propagandistici, ma non rappresenta un dato negativo sul fronte lavorativo; il
governo ha la parte più grande di responsabilità se non c'è una
regolamentazione vera nel settore che impedisca alle aziende di delocalizzare
impoverendo lo Stato, ed usando sostanzialmente questa minaccia a scopo
contrattuale. Oltretutto non capisco come si possano usare gli immigrati per
comprimere i salari. Nel mio settore (commercio) ad esempio, si è usata la
scusa della crisi dei consumi per giustificare una recessione dei diritti ed un
rallentamento molto significativo dell'incremento salariale; tutto ciò a fronte
di un'espansione continua e crescente delle aziende operanti nel settore, che
non giustifica, quindi, questa presa di posizione: se non vuoi aumentare
adeguatamente i salari perché c'è crisi, come mai costruisci di sana pianta un
centro commerciale dopo l'altro? Il quadro risulta semplice in un'ottica di
incremento del fatturato che non tiene conto di alcuna politica del lavoro,
grazie anche al ministro Sacconi, perfettamente immobile di fronte al problema,
e schierato, assieme a sindacati compiacenti, dalla parte dei padroni. Il problema, è evidente, è politico
ancor prima che economico: siamo in balia della finanza, che fa soldi sui soldi
senza produrre nulla, di conseguenza impoverendo lo Stato, cioè noi; ed il fatto che la cosa sia legale è dovuto
all'intreccio politico/affaristico che si è creato togliendo alla proprietà
statale, cioè privatizzando, tutti quegli enti che prima garantivano una certa
equità perché non avevano come scopo il profitto, a partire dal denaro, dandolo
alle banche, le quali prima non ne erano proprietarie (il signoraggio ne è una
nefasta conseguenza), ma che sta proseguendo con il tentativo, ad esempio,
della distribuzione dell'acqua, ma che già ha segnato il nostro declino con la
compagnia elettrica, quelle del gas e
telefoniche, e che ebbe inizio alla fine degli anni '80 col gesto sconsiderato di Margaret
Thatcher di tramutare in azioni private il patrimonio di enti pubblici che
fino ad allora aveva garantito a tutti una certa equità; subito preso ad
esempio da tutto il mondo occidentale, a favore di un capitalismo sfrenato che
ci sta portando verso il baratro.
Ecco dunque la rincorsa al ribasso del costo
del lavoro, che non produrrà altro che un impoverimento progressivo dei ceti
medi senza per questo intaccare minimamente i grandi gruppi, le multinazionali,
che non dovranno fare altro che delocalizzare, ribassare. Ma fino a quando? A
tutto c’è un limite.


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